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Francesco Baronio: il poeta ribelle

Immagine del redattore: Tacus AssociazioneTacus Associazione

Palermo, 1647

Da un paio d'anni, Fra’ Tommaso esercitava il suo intransigente controllo sulle cosiddette carceri «dei penitenziati» dello Steri, locali fatiscenti, scarsamente ampi e miseramente illuminati da una piccola finestra posta in alto. Quella sera, dopo il consueto giro di ronda lungo i corridoi, talmente bui da dargli l’impressione di muoversi sottoterra, risuonò un fragore proveniente dal portone centrale. “Chi bussava a quell'ora da lupi?”, pensò.


Chinò la testa per osservare la rampa di scale che lo separava dal portone che immetteva nel grande piazzale del palazzo, antica dimora dei Chiaramonte e già da anni sede del tribunale dell'Inquisizione spagnola a Palermo. Al di fuori dell'invalicabile e tetro complesso, due luogotenenti erano in attesa di consegnare un uomo.


Fra’ Tommaso, con passo lento ma deciso, scese le scale, mentre il rosario stretto alla cintola tintinnava lievemente spezzando il silenzio opprimente. Attraversato il buio piazzale e giunto davanti al portone centrale, dopo aver esitato per un istante, aprì il pesante battente con gesto deciso rivelando i due luogotenenti. "Fra' Tommaso, portiamo un prigioniero sotto ordine diretto del Viceré", dichiarò uno dei due, porgendo un documento sigillato con il marchio del governo.


Il frate lesse rapidamente il contenuto, mentre lasciò scivolare lo sguardo sul prigioniero incatenato. "Entrate," ordinò con voce grave, facendo un passo indietro per lasciare spazio al piccolo corteo, scandito dal rumore dei ferri che strisciavano sul pavimento come un lugubre presagio. "Quale strana accusa è questa", pensò il frate, osservando con circospezione quell'uomo. (1)


L'immagine è un collage che rappresenta scene ambientate durante il periodo dell'Inquisizione. Al centro si nota un cortile con prigionieri scortati da guardie in armatura. Vi sono figure di religiosi in abiti scuri con croci al collo, intenti a leggere o interrogare detenuti in stanze dalle pareti di pietra. In un angolo, un uomo vestito in modo elaborato, seduto a un tavolo in una biblioteca, sembra rappresentare un giudice o un funzionario dell'Inquisizione. Si intravedono anche momenti di confronto tra inquisitori e prigionieri, con espressioni di tensione e sottomissione, accentuate dalla luce soffusa che attraversa le sbarre di finestre. L'atmosfera è cupa e austera, evocando un contesto storico di rigore e oppressione.

Contrasti e tensioni nella Palermo del XVII secolo

La Palermo del Seicento era un luogo di forti contrasti, dove i luminosi fasti nobiliari si contrapponevano alla miseria dilagante e al crescente malcontento popolare, mentre alla devozione religiosa e alla magnificenza di chiese e conventi, facevano da contraltare un’insostenibile pressione fiscale, una politica incapace di arginare i disagi della popolazione e il terrore suscitato dal temuto Tribunale dell’Inquisizione.


In questo scenario si inserisce la figura di un uomo dal carattere irrequieto, cresciuto con l’anima divisa tra la fede che serviva e la parola che lo ispirava: Francesco Baronio Manfredi.


Un giovane ambizioso tra fede e cultura umanistica

Nato a Monreale nel 1593, Baronio venne educato in un contesto di profonda devozione col fine di intraprendere la carriera ecclesiastica.


Nel 1614, entrò come novizio nella Compagnia di Gesù di Palermo, continuando gli studi a Caltagirone e Messina. Tornato a Palermo nel 1623, per completare la formazione teologica e accedere al sacerdozio, iniziò a manifestare i primi segnali di una profonda insofferenza.

Il carattere poco incline alla rigida disciplina gesuitica, le incomprensioni con i superiori, la vivace intelligenza, unite a un’insofferenza verso la vita di clausura, lo portarono a chiedere le dimissioni e lasciare l’ordine nel 1625. Nonostante ciò, prese gli ordini sacerdotali e, ottenuto un beneficio ecclesiastico, si dedicò con instancabile tenacia alla scrittura.


Grazie a una formazione umanistica, divenne un abile libellista e un sagace polemista, dando vita a una produzione letteraria varia — sebbene talvolta prolissa e disordinata — che spaziava dai poemetti alle opere di storiografia, dalle vite dei santi ai pamphlet polemici di propaganda politica.


Tensioni politiche, polemiche letterarie e scontri di prestigio

Il delicato contesto politico entro cui si inserisce la figura del Baronio è caratterizzato dal forte controllo della corona spagnola attraverso il Viceré e il suo entourage, spesso malvisto sia dalla nobiltà locale che dal popolo. Un potere vicereale che si poneva in contrasto con il Senato palermitano, composto dai cosiddetti “giurati” — rappresentanti del potere civico cittadino — fortemente limitato dalle continue ingerenze spagnole, dall’influenza dell’Inquisizione e dalle manovre della stessa aristocrazia palermitana, impegnata a preservare i propri privilegi.


Scopertosi di vocazione polemica, il Baronio scrisse un libello carico di accese invettive contro lo storico gesuita austriaco Melchior Inchofer. A questa seguì una disordinata attività pubblicistica, volta essenzialmente a procurargli favori e compensi, tra cui spiccano i quattro libri del De Maiestate Panormitana — pubblicati a Palermo nel 1630 e dedicati al pretore della città — che esaltavano le glorie, il passato, i santi e i nobili di Palermo.


Probabilmente grazie a tali elogi, nel 1631 Baronio fu nominato segretario del Senato, un incarico prestigioso che non mancò di suscitare polemiche: un ruolo che gli fu conferito più per le sue doti di adulatore che per quelle di scrittore, e che contribuì ad accrescere la sua fama di uomo ambizioso, abile nell’inserirsi, nel bene o nel male, nelle complesse dinamiche di potere dell’epoca.


Pubblicata una gran quantità di opere, nelle quali esaltava la nobiltà isolana, magnificava i fasti dell’Inquisizione siciliana e celebrava con entusiasmo il municipio palermitano, rivolse la sua vena polemica contro Antonino Amico, regio storiografo e autore di una dissertazione (1640) in cui confutava, con solide argomentazioni documentarie, la presunta supremazia della Chiesa palermitana sulle altre diocesi siciliane. L’opera suscitò violente reazioni nel clero palermitano, al punto che l’arcivescovo Giannettino Doria affidò a Baronio la replica.


Dopo aver pubblicato una prima polemica nel tentativo di confutare le tesi di Antonino Amico, senza tuttavia riuscire a metterne in discussione la solidità, Baronio replicò con un secondo opuscolo, ancora più aggressivo ma altrettanto carente dal punto di vista della ricerca. Questo gli valse il ruolo di libellista ufficiale della Chiesa e del municipio di Palermo, che ricoprì con notevole abilità retorica, sebbene privo di rigore storico e scientifico. Tuttavia, la sua natura irrequieta, l’insofferenza verso qualsiasi forma di stabilità e l’incapacità di misurare le proprie ambizioni rispetto alla sua reale condizione di semplice libellista, lo portarono a una conclusione della carriera piuttosto infelice.


L'immagine è un collage che raffigura scene storiche e figure di rilievo. In alto a sinistra si distingue un uomo vestito in abiti ecclesiastici scuri, con un ampio cappello e un'espressione severa, che rappresenta l'inquisitore Diego Garcia de Trasmiera. In basso a sinistra è raffigurata una scena della rivolta cittadina del 1647, capeggiata da Giuseppe D'Alesi. Al centro c'è un'immagine ravvicinata di mani che scrivono su un antico manoscritto. A destra, l'uomo con la barba rappresenta Francesco Baronio, con un'espressione intensa e riflessiva, catturata in uno stile realistico che sottolinea i dettagli del volto e dei capelli. L'atmosfera generale richiama un'epoca di conflitto, religiosità e introspezione intellettuale.

La rivolta capeggiata del '47 e il ruolo di Baronio

A metà del Seicento, la città fu scossa da un’ondata di proteste che culminò nei tumulti del maggio 1647, preludio alla rivolta dell’agosto successivo, guidata da Giuseppe D'Alesi, conosciuto come il Masaniello siciliano. Le cause della sommossa erano da ricercarsi nella pressione fiscale insostenibile, nelle ricorrenti carestie e nella percezione di un potere vicereale distante e insensibile alle necessità della popolazione.


Nonostante il clima di tensione, Baronio non rimase in disparte. Il prestigio acquisito grazie alla sua attività di pubblicista municipale, che gli aveva garantito una certa influenza nella società cittadina, lo spinse a schierarsi apertamente con i rivoltosi.


Secondo la testimonianza del Reina, Baronio avrebbe incitato il popolo a chiedere al viceré la facoltà di eleggere due giurati popolari, alimentando aspirazioni di maggiore autonomia rispetto al dominio spagnolo: un’iniziativa che non passò inosservata al Santo Uffizio.


Arresto e detenzione allo Steri

Il culmine della vicenda fu l’arresto del sacerdote poeta, disposto nel giugno 1647, e la detenzione presso le carceri di Palazzo Chiaramonte (detto Steri). Qui, i prigionieri rimanevano a lungo in attesa di processo, sottoposti a interrogatori e a un regime di isolamento che lasciava loro ben poche possibilità di appello.


Come sottolinea lo storico Collurafi, è plausibile supporre che la reclusione di Baronio sia stata una misura precauzionale, adottata per via della sua mancanza di moderazione, definita "la prima virtù", in particolare nella gestione delle sue parole.


Dalla “cella” al mito: l’eredità di Baronio

La prigionia conferì al cosiddetto “prete ribelle” l'aura di vero e proprio “martire” della libertà e della resistenza, accrescendo sensibilmente il suo già considerevole prestigio. Pertanto, con l’esito favorevole dei moti del 15 agosto 1647, i capi della rivolta, desiderosi di avvalersi di uomini capaci di sostenere le loro istanze anche attraverso la scrittura, pensarono immediatamente a lui. Appena proclamato capitano generale, il D'Alesi si rivolse dunque all’inquisitore Diego Garcia de Trasmiera, chiedendo la scarcerazione del Baronio per nominarlo proprio segretario e consigliere, riconoscendovi un potenziale alleato prezioso per galvanizzare le masse e legittimare la protesta con la sua cultura e la sua fama di polemista. Tuttavia, la fermezza dell’Inquisizione e i timori di uno sconvolgimento ancora più generale impedirono che fosse rimesso in libertà.


Le congiure antispagnole successive al fallimento della rivolta del '47 continuarono a evocare il suo nome, attribuendogli ruoli di primo piano — come l’ipotetico titolo di “doge” di una futura Repubblica siciliana — benché egli fosse ormai fisicamente lontano da Palermo. Alcune fonti riferiscono che, dopo la repressione della sommossa, Baronio fu relegato a Pantelleria, luogo di confino per gli oppositori politici, e in seguito trasferito nel castello di Gaeta, dove si spense verosimilmente nel 1654.

Secondo altri resoconti, invece, la sua morte sarebbe avvenuta addirittura qualche anno prima, alimentando un alone di mistero che ancora oggi avvolge la sua fine.


L'immagine è un collage che raffigura graffiti e dipinti murali presenti presso le carceri dell'Inquisizione a Palazzo Chiaramonte, a Palermo. Questi segni, realizzati dai prigionieri, testimoniano un passato di sofferenza e spiritualità, riflesso nei disegni e nelle iscrizioni. Sono visibili figure stilizzate, tra cui scheletri o personaggi in movimento, che rimandano a temi legati alla morte e alla penitenza, accompagnati da scritte che alternano preghiere, invocazioni e riflessioni personali. Tra le immagini si distingue una figura che porta una croce, circondata da iscrizioni probabilmente in latino o italiano, e un volto con sembianze religiose, forse un frate o un santo, simbolo di una fede vissuta in condizioni estreme. Le scritte, talvolta frammentarie, includono nomi, date come "1633", e frasi significative come "NEGLECTIS SPERANZA VIVICHINO," che richiamano il senso di abbandono e speranza dei detenuti. Questi graffiti rappresentano un'importante testimonianza storica e culturale del periodo dell'Inquisizione siciliana.

I graffiti dello Steri e il ricordo popolare

Un capitolo particolarmente suggestivo della sua storia emerge dai graffiti rinvenuti nelle carceri dello Steri. In Urla senza suono, lo scrittore ed etnologo Giuseppe Pitré ipotizzò che un prigioniero detenuto, il quale aveva ricoperto le pareti della sua cella con scritte, preghiere e disegni, firmandoli con l’iniziale "B", potesse essere identificato con l'erudito monrealese.


«A più probabili benché non sicuri risultati conduce la ricerca del nome che nella seconda cella si nasconde sotto la iniziale B. Quel che si può dire di un dotto nella piena eccezione della parola, deve dirsi di lui, maestro in iscienza biblica e patristica, in agiografia e in teologia. Dilettante di disegno, esperto nella poesia italiana e latina, egli delinea figurine di santi, le qualifica ed illustra, e si raccomanda a loro in distici che le fredde pareti religiosamente tramandano. Quest’uomo non dice mai di essere ingiustamente perseguitato, pur piangendo del pianto del dolore. [...] Chi può essere stato colui se non il celebre Francesco Baronio da Monreale? Nato l’anno medesimo che moriva il suo illustre ed ardito concittadino Antonio Veneziano (1593), egli fu dei più eruditi sacerdoti della Capitale, ed inneggiò a questa con entusiasmo di poeta, con diligenza di erudito, con amore di figlio. Un’ultima volta fu visto in città, quando nel principio del 1646 tessé l’elogio di Donna Eleonora Ventimiglia; poi scomparve; ed i suoi nemici ne gongolarono di gioia. Allorché sul finire di quell’anno un certo Placido Serletti calabrese sognò una repubblica siciliana, avente a capo il Baronio, costui era già chiuso in queste carceri, vittima del suo ingegno superiore o della sua lingua troppo libera nel dir la verità o quella che a lui pareva verità; circostanza che anche in questo lo accostava al disgraziato suo concittadino A. Veneziano.

E peggio gl’incolse quando nel maggio dell’anno seguente, che fu il tempestoso 1647, il battiloro Giuseppe D’Alesi, fattosi Capitano del popolo, lo richiese come segretario all’Inquisitore Don Diego Garcia de Trasmiera; richiesta che ne aggravò le condizioni penali rafforzando nella opinione del S. Uffizio i sospetti pei quali da quasi un anno esso avealo catturato e chiuso in quella cella. Tornata la calma, i sospetti inquisitoriali inacerbirono ai danni di lui. Il S. Uffizio fece tradurlo in Pantelleria, poi nel Castello di Gaeta, ove lasciollo morire non sappiamo se di malattia o di altro degli infiniti mali dei carcerati d’allora (1654). [...] Il sacerdote che avea illustrato l’atto pubblico di fede del 1640, che avea levato al cielo il Trasmiera, fu vittima del medesimo Tribunale della fede e del medesimo giudice!» (2)


Se l’ipotesi fosse fondata, ci troveremmo di fronte a un uomo che affidò alla scrittura una forma di resistenza spirituale e di testimonianza personale.


Non stupisce, quindi, che Francesco Baronio Manfredi abbia continuato a esercitare fascino nel corso dei secoli: al tempo stesso uomo di Chiesa e ribelle, fine umanista e pamphlettista acceso, spirito devoto e istigatore di rivolte, simbolo di una Sicilia divisa tra fede e rivoluzione, sottomissione e orgoglio, condanna e perenne desiderio di libertà.



 
  • L'articolo è a cura della redazione di TACUS Arte Integrazione Cultura.

  • Le immagini dei collage sono state generate mediante un programma di AI

  • (1) Il racconto è a cura di Flavia Corso

  • (2) Pitrè, G. (2000). Urla senza suono. Palermo: Sellerio.

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