Renato Guttuso e La Vucciria
- Tacus Associazione
- 5 dic 2024
- Tempo di lettura: 5 min
Aggiornamento: 6 dic 2024
«Il quadro è una sintesi di elementi oggettivi, definibili, di cose e persone: una grande natura morta con in mezzo un cunicolo entro cui la gente scorre e si incontra. E vuole essere soprattutto, un segno di gratitudine, a livello delle mie forze, per il grande debito che ho nei confronti della mia città».
Renato Guttuso
«Dal terrazzo dello Shangai, tra un sorso di caffè ed un disegno a mano libera, Guttuso osservava la piazza. Tra il brusio indistinto delle abbanniate dei putiari, la sua attenzione venne catturata dagli apprezzamenti dedicati all'avanzata sicura di una fimmina che tutti chiamano Lisina.
Lisina ogni mattina, dopo aver sbrigato le faccende di casa e bevuto una tazzina di caffè, scendeva al mercato. Per arrivare prima al banco di Totò, dove il pesce era freschissimo – lì poteva trovare minuli, mustie, ucchiati, sarachi, ricciole, tunnu, lappani, trigghi e molto altro – attraversava via dei Tintori, poi via dei Cassari, dritto dritto fino a Piazza Caracciolo.
Ancora piacente e orgogliosa delle sue curve, Lisina camminava con fare sinuoso tra le bancarelle e gli sguardi lascivi dei putiari, indossando un paio di zoccoli e un vestito bianco, corto e stretto in vita, quasi a voler assecondare la taliata maschile. Con il sacchetto di patate in mano, avvicinatasi al banco dei formaggi per salutare Nedda, vide Iachino venire avanti.
L'uomo, con indosso la solita giacca scura, passava tutti i giorni dal mercato: prima una breve pausa davanti la bottega di Cecè u curtu, un saluto al volo verso la bottega di Nino per poi proseguire verso Piazza Borsa e raggiungere la scrivania dell'ufficio anagrafe, a Piazza Giulio Cesare. Iachino era adulato dalle donne e in quanto scapolo, col posto fisso, lo stipendio alto e la casa di proprietà, assai invidiato dagli uomini del quartiere. Ma quella mattina il suo consueto sorriso aveva lasciato il posto ad un'espressione pensierosa e malinconica.
Benedetto Basile, gestore della nota trattoria che si affacciava sulla piazza del mercato della Vucciria, era intento a riprendere la tazzina di caffè ordinata da Guttuso e riportarla in cucina.
– "Che fimmina! ", esclamò con voce tonante. Renato si voltò e disse: – "Già, bella da fare arrivisciri i santi, tranne Iachino! "
Poggiata una mano sulla spalla di Renato, Benedetto aggiunse: – "E certo mischino, con tutto quello ca ci capitò, vulissi viriri!" »
Cosa era successo a quell'uomo da tutti apostrofato "culu affurtunatu"?
Appassionati del lavoro artistico di Guttuso, abbiamo provato ad immaginare e a ricreare una ipotetica scena capace di colpire l'artista siciliano, tanto da spingerlo a cristallizzare quel singolo momento in una delle sue opere più celebri, La Vucciria (1).
Le cose certamente non andarono mai così, ma ciò che resta è un omaggio all'antico mercato, che in sé racchiude il forte senso di sicilianità.

Un viaggio sensoriale nel cuore popolare della città di Palermo
L'opera – 3 metri x 3 metri realizzata nel 1974 – è un vivido fermo immagine di un microcosmo in continuo movimento, all'ombra di una città ricca di tesori e contraddizioni, un vivido tripudio di forme e colori dove l'osservatore può immergersi, riuscendo a percepire le voci dei mercanti e degli acquirenti, provando ad interpretare ora la donna vestita di bianco, ora l'uomo col maglione giallo, ora il venditore di pesce o il macellaio che taglia la carne.
La composizione – complessa, densa e dinamica, fatta di sovrapposizioni e stratificazioni al fine di ricreare la vivacità del mercato palermitano – segue uno sviluppo verticale, un piano prospettico leggermente rialzato che permette di osservare la scena dall’alto.
Lo spazio sovraffollato – con la varietà dei prodotti esposti, di figure umane e dettagli – sembra quasi soffocare lo spettatore. Tuttavia si tratta di una scena corale, quasi teatrale, dove ogni personaggio e volto ha una propria identità specifica che, unita a tutte le altre, racconta una moltitudine di storie in un’unica immagine.
Lo stile e il colore
Utilizzando un tratto marcato e una pennellata vigorosa, che conferisce alle immagini un’energia palpabile, Guttuso applica una tecnica ispirata dal realismo socialista.
L'attenzione per la dimensione estetica e per i colori caldi e intensi – si vedano i rossi dei pomodori e della carne, i gialli del pesce, i verdi delle verdure – che richiamano la tradizione artistica mediterranea, generano uno stile inconfondibile e vivace. I colori utilizzati, infatti, non sono soltanto realistici, ma sembrano amplificati per enfatizzare l'esuberanza, il calore e la vitalità dei mercati popolari.
Altro elemento cruciale dell’opera è la luce, in grado di ricreare un'atmosfera teatrale e accentuata sui dettagli delle merci e delle persone, mentre le ombre minime lasciano ogni dettaglio ben visibile.
Temi e simbolismo
"La Vucciria" di Guttuso è il simbolo di un luogo, il mercato appunto, capace di esprimere il concetto di identità siciliana; simbolo della classe operaia, rappresentata dai venditori e dalla moltitudine di gente che ogni giorno anima il mercato; e infine, simbolo di caos, inteso come metafora della complessità della vita stessa. L'opera racchiude in sé una evidente potenza simbolica e narrativa che, attraverso la rappresentazione della varietà e della ricchezza degli alimenti esposti, come una sorta di “natura morta” vivente, trasferisce all'osservatore l'idea di fertilità e abbondanza della terra siciliana. Non a caso infatti, per rendere l’opera il più possibile autentica e realistica, Guttuso fece arrivare da Palermo a Varese frutta e verdura di giornata.

L'allestimento
Oggi, a 50 anni dalla sua realizzazione, “La Vucciria” accoglie i visitatori all'interno della sala delle Armi di Palazzo Chiaramonte (Steri) (2). Qui, attraverso un allestimento museale immersivo, il dipinto è "abbracciato" dalle registrazioni delle abbanniate (3) e dalle voci di strada – raccolte e preservate dall’archivio del Centro regionale del Catalogo – che, secondo i curatori, restituiscono anima al mercato.
«La "Vucciria" me la ricordo da ragazzo, quando da Bagheria venivo a studiare a Palermo. Scendevo dalla parte dei gradini di via Roma entravo in piazza Caracciolo e sbucavo nella piazza San Domenico. Mi bastava questa ventata popolaresca, i suoni, le luci, le voci per cambiare registro alla mia mente. Senza saperlo, forse senza volerlo, nella retina si impressionavano quei canestri di canna dove c’erano trionfi di frutta, i grandi banchetti di pesci distesi a semicerchio sui marmi dei pescivendoli. E quando cominciai a pitturare, fra le prime cose ci furono quei colori, quei tagli di luce, magari lo stesso taglio della composizione».
Renato Guttuso
NOTE
(1) Il termine "Vucciria" ha origine dal francese boucherie, che significa macelleria, successivamente italianizzato in "bocceria" e infine adattato in dialetto siciliano. Oggi, questa parola è utilizzata con il significato di “confusione,” a indicare quel miscuglio caotico di voci, persone, oggetti, espressioni e gesti tipici del mercato. Questo significato riflette la stessa struttura del mercato palermitano, che ricorda molto i suk, mercati tradizionali organizzati in corporazioni, la cui origine risale alla cultura araba, sviluppatasi in Sicilia durante la dominazione tra il IX e il X secolo.
(2) La tela fu donata dal pittore all'Università di Palermo, pochi mesi dopo averla completata. Da allora è custodita nella sede del rettorato a Palazzo Chiaramonte-Steri.
(3) L'abbanniata è un termine siciliano che indica il caratteristico grido dei venditori ambulanti per attirare l'attenzione dei passanti e promuovere la propria merce nei mercati locali.
L'articolo è a cura della redazione di TACUS Arte Integrazione Cultura.
Il racconto è stato scritto da Flavia Corso.
Le immagini dei collage sono state generate mediante un programma di AI
Comments